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MASSIMO VANNI (LA REPUBBLICA) INCONTRA MAURIZIO BASTIANONI
Intervista su El Alamein
Bastianoni, cosa
l‘ha spinta a scrivere un romanzo sulla battaglia di El Alamein?
“Ho sentito che dovevo ribellarmi allo stereotipo del soldato italiano
pavido e straccione. Se ci pensiamo bene, le immagini che ci rimanda la
storia sono quelle della ritirata di Russia e del dramma dell’8
settembre. Ma non è solo così. El Alamein fu un episodio
di eroismo vero, certificato poi dagli stessi storici. Capisco però
che non è facile richiamare alla memoria un episodio che risale
alla fase in cui eravamo alleati di Hitler, che è più facile
oscurare come si sono comportati i soldati italiani in quel periodo. Ma
non possiamo comprendere cosa siamo stati se cancelliamo quello che è
accaduto dal 1940 al ’43. Pur combattendo in nome di valori sbagliati,
i nostri ragazzi si batterono come leoni. Ed è giusto ricordare
che furono mandati a combattere senza mezzi e senza attrezzature.”
Perché l’esercito
italiano si mostrò così impreparato?
“Da un lato pesò l’arretratezza dottrinale del
nostro Stato maggiore. Per lo più ancora legato alla Grande Guerra,
cioè alle battaglie a piedi, di masse in movimento, piuttosto che
di macchine (arerei, carri armati, sommergibili ecc…). Un’intera
generazione di vertici militari si rivelò legata a vecchi schemi
mentre ormai ci si misurava con una guerra di macchine, dove contava molto
il coordinamento tra le varie forze armate.”
Eppure per un ventennio il regime
aveva costruito la sua immagine sulle virtù militari e sull’esaltazione
della guerra.
“Ma si mostrò impreparato allo scoccare dell’ora
“X”. L’industria italiana non era preparata allo sforzo
bellico richiesto dagli avvenimenti. Mussolini lo sapeva, i generali più
avveduti gli avevano detto che non era il caso di entrare in guerra nel
giugno del ’40. Contavano molto gli interessi di Fiat e Ansaldo,
di fatto monopoliste. Così vennero sprecate occasioni preziose
come quando furono offerti i brevetti di costruzione del panzer tedesco
e ci rifiutammo di produrlo. Anche della produzione delle Fortezze Volanti
non se ne fece poi nulla. Il risultato fu quello di inviare a combattere
truppe inadeguate, senza mezzi all’altezza né sufficenti.
E’ qui che è nato del resto il mito della Folgore: andare
incontro ai carri armati con delle semplici molotov.”
Fu vero eroismo quello di El Alamein?
“Pensate, su un fronte di 15 chilometri, 3.500 parà erano
schierati contro 40mila uomini, aerei e 400 carri del Commonwealth. E
se si considera che i parà tennero testa a quell’onda d’urto
per 13 giorni, si capisce perché si è parlato poi di “gloriosa
disfatta”. Questo è uno dei tanti episodi che si snodarono
lungo i 60 chilometri del fronte. Senza contare che gli inglesi, alla
fine, sfondarono a nord, dove si trovavano truppe miste italo –
tedesche, non a sud dove gli italiani da soli avevano tenuto la posizione.
La Folgore si ritira per l’ordine del comando dopo lo sfondamento
a nord. E tocca alla divisione Ariete prendere tempo, perché la
ritirata non si trasformi in rotta: erano bersaglieri, artiglieri e carristi
con i piccoli carri M13 e M14. Velocità massima: 13 chilometri
orari. Davanti a carri moderni come gli Sherman. Eppure l’avanzata
di Montgomery viene ritardata: la divisione Ariete muore lì, annientata
sul campo di battaglia. L’ultimo messaggio al comando fu: “Ariete
circondata. Restano tre carri. Contrattacchiamo”. Il generale Rommel,
che fino ad El Alamein aveva considerato gli italiani come alleati di
serie B, dovette ricredersi.”
Fu una sconfitta annunciata.
“La grande battaglia si tiene dal 23 ottobre al 6 novembre, sul
fronte che va dal Golfo degli Arabi alla Depressione di El Qattara. A
proposito della depressione, cito un episodio: sono solo un centinaio
i ragazzi della Folgore che si trovano a fronteggiare mille uomini della
Legione Straniera, eppure riescono a respingerli. Del resto l’Asse
poteva contare in Africa su 96mila uomini, contro una massa d’urto
di 220mila. I rapporti di forza erano di uno a otto, uno a sei. Nel migliore
dei casi, uno a quattro.”
E’ sempre stato detto che
El Alamein è stato il punto di svolta della Seconda guerra mondiale.
“Come ebbe a dire a Churchill, fino a quel momento mai una vittoria,
dopo El Alamein non più una sconfitta. La resistenza di Stalingrado
arriva nei primi mesi del 1943 ma a quel momento Rommel è già
stato sconfitto. Il prestigio e le ambizioni di Mussolini si incrinano.
Certo, possiamo domandarci cosa sarebbe successo se Rommel avesse invece
sfondato: molti storici dicono che sarebbero cadute tutte le posizioni
fino ai pozzi degli attuali Iraq e Iran. L’India sarebbe stata in
qualche modo circondata. L’esito della guerra non sarebbe cambiato,
ma di sicuro sarebbe durata più a lungo.”
La sconfitta fu un duro colpo
anche per il regime di Mussolini?
“Sicuramente, accanto alla sconfitta militare maturavano anche le
prime sconfitte del regime. Le truppe italiane in Africa erano composte
da gente distrutta da tre anni di guerra: la regola del diritto al rimpatrio
dopo due anni di permanenza sul suolo africano non veniva rispettata e
la stanchezza montava. Anche verso il regime.”
Ma perché riscoprire oggi
El Alamein?
“Perché manca ancora una storia d’Italia condivisa,
però dobbiamo provare a costruirla. Il ricordo di El Alamein è
stato rimosso perché fu una sconfitta e perché quei soldati
combattevano per Mussolini e Hitler. Quei soldati erano stati mandati
a combattere, non c’erano volontari tranne la Folgore e i Giovani
fascisti. E quell’episodio della nostra storia è rimasto
patrimonio degli eredi di coloro che avevano inviato quei ragazzi a morire
in condizioni pietose. Ma anche El Alamein fa parte della nostra storia
e non è certo rimuovendo che possiamo conoscere cos’è
accaduto. Il presidente della Repubblica Ciampi è stato il primo
a celebrare il ricordo di quegli eventi e da allora ogni fine ottobre
si ricordano i caduti, facendo finalmente di El Alamein un patrimonio
di tutti gli italiani. Penso sia stato un errore tacere degli eroismi
di El Alamein, Bir el Gobi, Giarabub, Cheren o Culqualber fino a Nikolajevka.
Credo sia estremamente controproducente nascondere quei tragici sacrifici.
Rivalutare quei soldati non significa rivalutare il fascismo o casa Savoia.
Anzi, la condanna dell’impreparazione, dell’avventurismo dei
vertici politici e militari esce rafforzata proprio dalla rivisitazione
di quelle esperienze. Ma la storia va conosciuta, interpretata. Non si
può averne paura a così tanti anni di distanza. Ecco il
significato del mio impegno editoriale.”
Massimo Vanni
La Repubblica
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