Perché El Alamein
Di fronte a El Alamein mi sono sempre trovato
come davanti ad un ricordo scomodo, da rimuovere. Come una Storia
senza Storia, una Memoria senza Memoria.
Come quando nel candore dei miei nove anni, chiedevo a mio zio antifascista
che in Africa Settentrionale c’era stato (e che era tornato
a casa per sua fortuna, nel ‘41), “perché “avevamo”
perso ad El Alamein”. Un argomento tabù. Chiuso, “congelato”
in una memoria minore. Di nicchia. La memoria degli sconfitti. Se
questo era comprensibile e persino giustificabile nell’immediato
dopoguerra e anche qualche decennio più tardi, a quasi 70
anni di distanza la vicenda dovrebbe apparire nella sua luce naturale:
una grande drammatica battaglia, probabilmente quella decisiva per
le sorti del secondo conflitto mondiale. Una battaglia, combattuta
con enorme spirito di sacrificio da parte degli eserciti inviati
nella terribile fornace egiziana. Per gli italiani si trattò
di una pagina dolorosa, di una ferita che stenta a rimarginarsi
per chi l’ha vissuta, direttamente. Si trattava anche di un
ricordo profondamente ambiguo: eroico ma oscurato dalla causa che
l’aveva partorito. Non a caso si è parlato di “disfatta
gloriosa”. Quei soldati combattevano per un’idea sbagliata.
Dalla parte sbagliata. Non c’è da andar fieri di essere
stati alleati di Hitler. Non ci sono dubbi. Ma “anche”
questa è Storia d’Italia. Non è rimuovendo,
cancellando, condannando all’oblìo, che si guarda in
faccia ciò che siamo stati e siamo. Anzi è proprio
conoscendo e valutando a pieno, con piena coscienza, che possiamo
evitare di ripetere gli errori più gravi.
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